Età cesariana: letteratura latina

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repubblica e età cesariana (letteratura)

Published in: on October 21, 2014 at 8:11 pm  Leave a Comment  

Gruppi per Boccaccio

novella                                         III I                                            III C

Ser Cepparello                            Albesiano                                  Scozzaro

Landolfo Rufolo                          Fulcini – Casciaro                       Bisio – Lo Guzzo

Andreuccio da Perugia               Akhiad                                        Peressi – Gugeanu

Tancredi e Ghismunda               Minasso – Vita                            Vivalda – Greco

Lisabetta da Messina                  Colamassaro                            Bormida – Abate

Nastagio degli Onesti                  Rondoni – Matone                     Di Mola – Nuti

Federigo degli Alberighi              Fantoni                                      Pollero – Bua

Fra Cipolla                                   Bolla – Enzi                                Oliveri – Monti

Calandrino e l’elitropia                Barrasso – Lagasio                     Sangiorgi – Biamonti

Published in: on October 20, 2014 at 11:39 am  Leave a Comment  

Domande su Boccaccio

L’analisi delle novelle segue lo schema tipico: a parte la delineazione della trama, occorre ragionare sul sistema dei personaggi, sulla divisione in sequenze, sulla scelta da parte dell’autore di luoghi e tempi specifici.

Ser Cepparello (I, 1)

- Come mai la novella si apre con un ritratto, il che non è tipico del “Decameron”?

-Perché Cepparello fornisce una falsa confessione? In che senso egli è “virtuoso”?

- Come mai il buon frate che raccoglie la confessione non ha nome? Che figura fa?

- Durante la confessione, Cepparello comincia dai sette peccati capitali. Come si evita la monotonia subito dopo questa parte?

- Assistiamo a due rovesciamenti della vita e delle opere di Cepparello: il primo è realizzato da lui stesso, il secondo…?

- Riguardo a questa novella, si dice che l’atteggiamento di Boccaccio è relativistico. Spiega in che senso.

 

Landolfo Rufolo (II, 4)

- In che senso il mare è la metafora della Fortuna?

- Come mai Landolfo cerca di respingere la cassa fino alla fine? Che vuol dire che essa sarà poi la sua salvezza?

- In che senso Landolfo è un esponente della mentalità mercantile?

- Dove il racconto appare più lento e dove invece è più accelerato?

- Si può dire che appare evidente una relazione tra la vicenda di Landolfo e la trama dell'”Odissea” e tra i due protagonisti?

 

Andreuccio da Perugia (II, 5)

- Perché è importante che la novella sia ambientata in una data città e che a raccontarla sia Fiammetta? Quando dura la vicenda?

- In che senso le avventure del protagonista appaiono come un rito di iniziazione durante il quale egli è sottoposto ad una triplice degradazione che porta poi alla sua salvezza e al suo cambiamento? Quale dote del mercante deve apprendere Andreuccio?

- L’uomo è impotente davanti alla Fortuna?

- A cosa servono le analessi?

- La città rappresentata è una sorta di mondo alla rovescia. Come sono in realtà gli aiutanti di Andreuccio? Come gli sembra la città e come in realtà essa è?

 

Tancredi e Ghismunda (IV, 1)

- Cosa si sa di Guiscardo? Come il lettore arriva a conoscerlo? Quali considerazioni spingono Ghismunda a sceglierlo come amante? Quali valori legano i due innamorati?

- che carattere ha il discorso con cui Ghismunda si difende? Identifica i suoi quattro argomenti, legati ai concetti di desiderio, peccato, gentilezza, fortuna.

- quale dei due amori è razionale alla fine, quello di Tancredi o quello di Ghismunda? Cos’è, infatti, naturale, il desiderio o la differenza sociale?

- in che senso secondo Boccaccio l’istinto va sempre armonizzato con la ragione?

- qual è una spiegazione possibile del comportamento contraddittorio di Tancredi?

 

Lisabetta da Messina (IV, 5)

- Secondo alcuni critici, la novella ha legami col mito di Iside e con il genere della “razo”. Dopo esserti informato su entrambi, spiega l’affermazione. Visto sotto l’aspetto del rapporto col mito egizio, che valore può avere il vaso di basilico?

- I personaggi si organizzano in due gruppi contrapposti di tre membri ciascuno. Individuali. Quale è il rapporto tra questi due gruppi? Da che parte sta l’autore?

- Perché è una donna a infrangere le regole sociali?

- Che idea d’amore emerge dalla novella? Quali forze sono ostili all’Amore? La Fortuna o l’interesse economico?

- Lisabetta è descritta come una donna-angelo?

- Come mai le parti dialogate sono rare nella novella? In quali occasioni sono menzionate le battute dei personaggi? Di Lisabetta parlano solo gli occhi: quando e in che modo?

 

Nastagio degli Onesti (V, 8)

- Quali sono i due protagonisti della novella e in che senso appaiono l’uno antitetico all’altra? Alla fine, chi dei due personaggi si ravvede o eventualmente si converte?

- Quale idea della giustizia divina è celata nell’episodio della caccia infernale? Quale è l’intento di Boccaccio nel raccontarlo?

- Confronta la caccia infernale raccontata da Boccaccio con l’episodio della visione del carbonaio di Niversa raccontato nello “Specchio di vera penitenza” di Jacopo Passavanti. Trovi il testo qui: http://www.palumboeditore.it/portals/0/webooks/lsi/v1//LSI_V1_On_LINE_T51.pdf.

- Quali analogie ci sono tra la caccia infernale e il resto della novella? Si può dire che la prima è una analessi?

 

Federigo degli Alberighi (V, 9)

- quanti narratori ci sono? Per quale ragione si ricorre a un narratore intermedio?

- Federigo è un rappresentante della antica aristocrazia, che sta scomparendo. In che senso a lui vanno le simpatie di Boccaccio, che pure è un mercante? Il finale propone una sorta di mediazione tra mondo cortese e borghese? Quali valori e quali ceti sociali sono rappresentati nella novella? Che rapporto hanno col denaro le due classi rappresentate?

- In che senso possiamo dire che Federigo è un cavaliere, anche se in tempo di pace? In che cosa consiste la sua nobiltà d’animo? Si può dire che egli è servo d’amore, come un poeta stilnovista?

- Quando prende coscienza della propria povertà? Di cosa è simbolo il falcone?

- Quale forza fa mettere assieme i due protagonisti?

 

Frate Cipolla (VI, 10)

- La novella è più una satira contro la Chiesa oppure il racconto di una beffa ben architettata? Essa mira alla denuncia morale o ad un effetto comico?

- Si può dire che Guccio è un doppio di Cipolla?

- Cipolla è un personaggio ambiguo sul quale il giudizio dell’autore è ambivalente. In che senso? Confrontalo col personaggio dell’Indulgenziere di Chaucer (tratto dall’opera “I racconti di Canterbury”). Per un riassunto di questo testo, in antico inglese, leggi qui: http://www.inftub.com/letteratura/letteratura-inglese/The-pardoners-tale-Il-racconto13181.php

- Individua i doppi sensi nel discorso di Cipolla. In che senso è un magnifico attore?

- Secondo te, Cipolla ha rimorso per le proprie azioni? Quali sono le finalità dell’orazione di Cipolla?

 

Calandrino e l’elitropia (VIII, 3)

- Rifletti sui luoghi esterni e interni dove si svolge la vicenda.

- Perché Maso, Bruno e Buffalmacco si beffano di Calandrino? In che senso possono essere definiti come rappresentanti della mentalità mercantile?

- Quali espressioni del discorso di Maso sono più efficaci nel convincere Calandrino?

- In cosa sono simili le tre beffe che sono contenute nella novella?

- C’è una relazione tra la semplicità e la professione di Calandrino?

 

Published in: on October 20, 2014 at 8:27 am  Leave a Comment  

Vita e opere di Petrarca.

Ecco i file!

Francesco Petrarca

Analisi Petrarca (con figure retoriche)

Published in: on October 12, 2014 at 10:19 am  Leave a Comment  

Saggio breve su Dante

Argomento: l’esperienza dell’esilio nell’opera dantesca.

 

Documento 1: E io, che ascolto nel parlar divino/ consolarsi e dolersi/ così alti dispersi,/ l’essilio che m’è dato, onor mi tegno:/ ché, se giudizio o forza di destino/ vuol pur che il mondo versi/ i bianchi fiori in persi,/ cader co’ buoni è pur di lode degno./ E se non che de gli occhi miei ’l bel segno/ per lontananza m’è tolto dal viso,/ che m’àve in foco miso,/ lieve mi conterei ciò che m’è grave. (dal “Convivio”, la poesia “Tre donne intorno al cor mi son venute”, vv. 73-90).

Documento 2: Tu lascerai ogne cosa diletta/ più caramente; e questo è quello strale / che l’arco de lo essilio pria saetta. / Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale./ E quel che più ti graverà le spalle, / sarà la compagnia malvagia e scempia / con la qual tu cadrai in questa valle. (dal XVII canto del “Paradiso”; parla un progenitore di Dante, Cacciaguida, che gli preannuncia il dolore dell’esilio).

Documento 3: Poi che fu piacere de li cittadini di … Fiorenza, di gittarmi fuori del suo dolce seno – nel quale nato e nutrito fui in fino al colmo de la vita mia, e nel quale, con buona pace di quella, desidero con tutto lo cuore di riposare l’animo stancato e terminare lo tempo che m’è dato –, per le parti quasi tutte a le quali questa lingua (il volgare) si stende, peregrino, quasi mendicando, sono andato, mostrando contra mia voglia la piaga de la fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata. Veramente io sono stato legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade. (dal “Convivio” 1, 3).

Documento 4: Ecco dunque quello che… mi è stato reso noto riguardo al decreto or ora promulgato a Firenze sull’assoluzione dei banditi: che se io volessi pagare una certa somma di danaro e volessi sottopormi all’onta della pubblica oblazione, potrei essere assolto e ritornare immediatamente. E in questo… vi sono due proposte degne di riso… È questa, dunque, la graziosa revoca con la quale viene richiamato in patria Dante Alighieri, dopo aver sofferto un esilio di quasi tre lustri? Questo ha meritato la sua innocenza, manifesta a chiunque? Questo i sudori e le fatiche continue da lui spese nello studio? … Lungi da un uomo che si professa banditore di giustizia che, avendo subito ingiustizia, a quelli che gliel’hanno inferta, come a gente che abbia ben meritato, paghi il suo danaro! … Non potrò forse da ogni luogo guardare le sfere luminose del sole e delle stelle? Non potrò forse dovunque, sotto il cielo, contemplare dolcissime verità, senza rendermi, prima, privo di gloria, anzi, abietto al popolo e alla città di Firenze? Certo il pane non mi mancherà. (dall'”Epistola ad un fiorentino”).

 

Published in: on October 9, 2014 at 7:11 pm  Leave a Comment  

Introduzione al commento di un testo poetico: le parole di “Dormi”

Dormi

(Valerio Scanu, Rosario Canale, Rory L. Di Benedetto)

 

Dormi, vivi nei tuoi sogni;
prova ad afferrarli…
e mi avvicino per sentire
il grido del tuo cuore.

Dormi: io fermo a guardarti;
vorrei incontrarti
in ogni battito, ogni parola, ogni tuo respiro…

E dormi: non puoi trovarmi,
ma sto provando a graffiare le paure,
tutti i tuoi tormenti.

Tu dormi
senza parole,
con gli occhi bassi,
i denti stretti
e lacrime amare.

Dormi
sui miei respiri,
dentro ai miei occhi,
i miei pensieri.

E dormi
senza vestiti,
senza più armi,
che possano farmi male, farmi andare

E dormi: ma è bello guardarti
sulle mie spalle,
sotto le stelle,
sulla mia pelle.

E sogni
senza curare,
con gli occhi bassi
i denti stretti
e lividi nel cuore

Dormi
senza parole,
io solo ad amarti
con gli occhi bassi
e lacrime amare

E non posso svegliarti da qui -
quel dolore che non va più via,
che compone e scompone le idee
senza farmi più male…

Dormi,
ma è bello guardarti
sulle mie spalle,
sotto le stelle,
sulla mia pelle.

Published in: on October 5, 2014 at 12:11 pm  Leave a Comment  

Testi danteschi (terza parte)

“Convivio” 2, 1.

… le scritture si possono intendere e deonsi esponere massimamente per quattro sensi. L’uno si chiama litterale, e questo è quello che non si stende più oltre che la lettera de le parole fittizie, sì come sono le favole de li poeti.

1. Cosa sono le “favole” dei poeti? Pensa al corrispondente termine latino.

L’altro si chiama allegorico, e questo è quello che si nasconde sotto ’l manto di queste favole, ed è una veritade ascosa sotto bella menzogna: sì come quando dice Ovidio che Orfeo facea con la cetera mansuete le fiere, e li arbori e le pietre a sè muovere; che vuol dire che lo savio uomo con lo strumento de la sua voce fa[r]ia mansuescere e umiliare li crudeli cuori, e fa[r]ia muovere a la sua volontade coloro che non hanno vita di scienza e d’arte: e coloro che non hanno vita ragionevole alcuna sono quasi come pietre… Veramente li teologi questo senso prendono altrimenti che li poeti; ma però che mia intenzione è qui lo modo de li poeti seguitare, prendo lo senso allegorico secondo che per li poeti è usato.

2. Dante fa riferimento al mito ovidiano del poeta Orfeo, che attira a sé animali, piante e minerali col suono della cetra. Spiega in che senso si tratta di una “menzogna” e quale sia la “veritade” nascosta in essa.

3. Dante accenna alla distinzione tra l’allegoria poetica e l’allegoria teologica. Tenendo conto della tua precedente risposta, qual è la differenza?

Lo terzo senso si chiama morale, e questo è quello che li lettori deono intentamente andare appostando per le scritture, ad utilitade di loro e di loro discenti: sì come appostare si può ne lo Evangelio, quando Cristo salio lo monte per transfigurarsi, che de li dodici Apostoli menò seco li tre; in che moralmente si può intendere che a le secretissime cose noi dovemo avere poca compagnia.

4. Dante fa riferimento all’episodio biblico della Trasfigurazione di Cristo. Vi partecipano solo tre apostoli, Pietro, Giacomo e Giovanni. Cosa rappresentano simbolicamente? Perché Gesù compie l’ascesa al monte solo con loro tre?

Lo quarto senso si chiama anagogico, cioè sovrasenso; e questo è quando spiritualmente si spone una scrittura, la quale ancora [sia vera] eziandio nel senso litterale, per le cose significate significa de le superne cose de l’etternal gloria sì, come vedere si può in quello canto del Profeta che dice che, ne l’uscita del popolo d’Israel d’Egitto, Giudea è fatta santa e libera. Chè avvegna essere vera secondo la lettera sia manifesto, non meno è vero quello che spiritualmente s’intende, cioè che ne l’uscita de l’anima dal peccato, essa sia fatta santa e libera in sua potestate.

5. Dante fa riferimento ad uno dei salmi di David (“In exitu Israel de Aegypto”), che racconta come gli Ebrei, guidati da Mosè, fuggirono dall’Egitto dov’erano schiavi per raggiungere la Palestina. Qual è il senso anagogico di questa vicenda?

6. Spiega l’espressione “agnello di Dio” sulla base dei quattro sensi enucleati da Dante.

 

“De vulgari eloquentia” 1, 17-19 (traduzione dal latino).

Bisogna spiegare perché indichiamo il volgare italiano accostandovi i termini illustre, cardinale, aulico e curiale…  Ciò che chiamiamo illustre è qualcosa che illumina e che, illuminata, risplende: chiamiamo gli uomini illustri o perché, illuminati dal potere, illuminano gli altri con la giustizia e la carità, o perché eccellentemente istruiti, eccellentemente istruiscono. E il volgare sia elevato da un potere e da un magistero che solleva all’onore e alla gloria. Esso è stato esaltato dai poeti stilnovisti, poiché di tanti rozzi vocaboli dei Latini, di tante perplesse costruzioni, di tante incerte declinazioni lo vediamo innalzato, così eccellente, così chiaro, così perfetto, come Cino da Pistoia e il suo amico (Dante) mostrano nelle loro canzoni. È evidente che esso sia esaltato dal potere. E cosa ha più potere di ciò che può mutare gli animi? È chiaro che esso sia sublimato dall’onore. Forse i suoi intimi non superano in fama qualsiasi re, marchese, conte e magnate? Quanto renda gloriosi coloro che lo praticano io lo so, che per questa gloria ignoro l’esilio.

E con ragione onoro il volgare illustre, sì da chiamarlo cardinale. Infatti, come l’intera porta segue il cardine, cosicché si gira dove si gira il cardine…, così anche l’insieme dei comuni si volge come il gregge dei dialetti, si muove e si ferma… (Il volgare illustre) non estirpa forse quotidianamente i frutti spinosi dalla foresta italica? Non innesta forse marze o non pianta forse pianticelle?…
Lo definiamo aulico perché, se noi Italiani avessimo una reggia, esso sarebbe lingua di palazzo. Infatti, se la reggia è la casa comune del regno…, qualsiasi cosa comune è bene che abiti in essa… Ecco perché coloro che frequentano tutte le regge parlano il volgare illustre; ed ecco perché il volgare illustre se ne va pellegrino come uno straniero ed è ospitato in umili asili, poiché non abbiamo una reggia.

Deve essere definito curiale, poiché la curialità è una norma ponderata delle cose che devono essere fatte (1); e poiché una bilancia tale suole trovarsi solo nelle curie migliori, tutto ciò che è ben ponderato è curiale… Ma dire che è stato pesato nella curia più eccelsa degli Italiani sembra una burla, poiché manchiamo di una curia. Ma… sebbene in Italia non vi sia una curia, come quella del re di Germania, ci sono le sue membra; e come le membra della curia tedesca sono unite sotto un solo Principe, così le membra dell’Italia sono unite dalla luce della ragione. Perciò gli Italiani non mancano di una curia, anche se manchiamo di un Principe…

(1) i comportamenti in una corte sono stabiliti da norme equilibrate e razionali. Se tutto ciò che è equilibrato e razionale è curiale, allora anche il volgare illustre dev’essere curiale.

 

“De monarchia” 3, 15, 7-15 (traduzione dal latino).

L’ineffabile Provvidenza ha posto davanti all’uomo, come mete da raggiungere, due fini: la felicità di questa vita che consiste nella esplicazione delle sue capacità ed è raffigurata nel paradiso terrestre; e la felicità della vita eterna la quale consiste nel godimento della visione di Dio (alla quale l’uomo non può elevarsi senza il soccorso della luce divina) ed è raffigurata nel paradiso celeste. A queste felicità bisogna giungere con mezzi diversi.

Arriviamo alla prima tramite gli insegnamenti della filosofia, se li seguiamo operando secondo le virtù morali e intellettuali; arriviamo invece alla seconda tramite gli ammaestramenti dello Spirito Santo, se li seguiamo operando secondo le virtù teologiche, fede, speranza e carità. Queste mete e i mezzi per raggiungerle ci sono state additate rispettivamente dalla ragione umana che i filosofi ci hanno reso tutta chiara e dallo Spirito Santo il quale, grazie ai profeti e agli scrittori sacri, per mezzo di Gesù Cristo e dei suoi discepoli, ci ha rivelato la verità sovrannaturale.

Tuttavia la cupidigia umana farebbe dimenticare mete e mezzi, se gli uomini non fossero tenuti a freno nel loro cammino. Perciò fu necessario dare all’uomo due guide: il sommo pontefice che, seguendo le verità rivelate, guidasse il genere umano alla vita eterna, e l’imperatore che, seguendo gli ammaestramenti della filosofia, lo indirizzasse alla felicità temporale.

Siccome alla felicità terrena nessuno o pochi potrebbero giungere, se il genere umano non trovasse libertà e pace, questo è lo scopo del tutore del mondo che si chiama principe Romano (cioé dell’imperatore): far sì che in questa aiuola mortale si viva in pace e libertà.

Siccome la disposizione di questo mondo è in diretto rapporto con quella dei cieli, è necessario che il tutore del mondo (cioé l’imperatore) sia stabilito da chi ha la visione diretta e immediata dei cieli: ma questi può essere solo Colui che l’ha preordinata per coordinare tutto secondo i suoi piani… Solo Dio elegge, solo Dio conferma perché non ha nessuno sopra di sé. Dunque il titolo di elettore non appartiene a chi lo ha oggi né a chi lo ha avuto in passato: essi sono solo i rivelatori della volontà di Dio. La discordia talvolta li divide, perché essi, ottenebrati dalla nebbia della cupidigia, non riescono a individuare la scelta che Dio ha fatto. Il monarca temporale, dunque, riceve senza intermediario la sua autorità dalla Fonte di ogni autorità.

 

Published in: on October 5, 2014 at 9:50 am  Leave a Comment  

Testi danteschi (seconda parte)

“Vita Nuova”, c. 25:

Videro li occhi miei quanta pietate
era apparita in la vostra figura
quando guardaste li atti e la statura
ch’io faccio per dolor molte fiate.

Allor m’accorsi che voi pensavate
la qualità de la mia vita oscura,
sì che mi giunse ne lo cor paura
di dimostrar con li occhi mia viltate.

E tolsimi dinanzi a voi, sentendo
che si movean le lagrime del core,
ch’era sommosso da la vostra vista.

Io dicea poscia ne l’anima trista:
“Ben è con quella donna quello Amore
lo qual mi face andar così piangendo”.

 

Domande:

1. Scrivi la parafrasi della poesia.

2. Studia lo schema delle rime e l’alternanza degli accenti ritmici.

3. Identifica le figure retoriche: a. videro li occhi miei; b. videro/ guardaste; c. li atti e la statura; d. vita oscura; e. videro… vista; f. viltate/ triste.

4. Identifica la progressione delle emozioni del poeta.

5. Quale tipo di contatto Dante ha con questa donna? Come comunicano?

 

“Vita Nuova” 41.

 

Oltre la spera che più larga gira
passa ’l sospiro ch’esce del mio core:
intelligenza nova, che l’Amore
piangendo mette in lui, pur su lo tira.

Quand’elli è giunto là dove disira,
vede una donna, che riceve onore,
e luce sì, che per lo suo splendore
lo peregrino spirito la mira.

Vedela tal, che quando ’l mi ridice,
io no lo intendo, sì parla sottile
al cor dolente, che lo fa parlare.

So io che parla di quella gentile,
però che spesso ricorda Beatrice,
sì ch’io lo ’ntendo ben, donne mie care.

Domande.

1. Parafrasa il testo.

2. Identifica le figure retoriche: a. la sfera che più larga gira; b. nova; c. riceve onore e luce; d. luce/ splendore; e. la mira/ vedela; f. parla/ parlare/ parla.

3. Quali sono i due opposti percorsi descritti nelle quartine e nelle terzine? Quali verbi indicano il movimento?

4. In che senso si può dire che nella poesia si oppongono il tema della vista e quello del dire?

5. Perché la donna è luce e lo spirito del poeta peregrino? Quali sono le caratteristiche di Beatrice colte dallo spirito del poeta?

6. Quale rapporto collega del due parole in rima “gira” : “tira”?

 

 

 

Published in: on September 26, 2014 at 3:25 pm  Leave a Comment  

Parafrasi di “Tanto gentile”

Beatrice (la mia padrona) si rivela così bella interiormente e esteriormente

quando saluta qualcuno

che chiunque la incontri tremando si ammutolisce

e non osa guardarla.

 

Essa procede (per la via), mentre sente che tutti la lodano,

benevola dentro e umile fuori;

ed è evidente che essa è una creatura scesa

dal cielo a mostrarsi come un miracolo di Dio sulla terra.

 

Ed essa si mostra a chi la contempla così bella

che essa regala attraverso gli occhi (al solo guardarla) al cuore una dolcezza

che chi non la sperimenta direttamente non può capire.

 

Ed è evidente che dall’espressione del suo volto si effonde

una soave ispirazione amorosa

che continuamente suggerisce all’anima di sospirare.

Published in: on September 21, 2014 at 8:23 pm  Leave a Comment  

Testi di Dante

“Vita Nuova” cc. 1-2:

In quella parte del libro de la mia memoria, dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice: Incipit vita nova. Sotto la quale rubrica io trovo scritte le parole le quali è mio intendimento d’asemplare in questo libello; e se non tutte, almeno la loro sentenzia.

Nove fiate già appresso lo mio nascimento era tornato lo cielo de la luce quasi a uno medesimo punto, quanto a la sua propria girazione, quando a li miei occhi apparve prima la gloriosa donna de la mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice, li quali non sapeano che si chiamare. Ella era in questa vita già stata tanto, che ne lo suo tempo lo cielo stellato era mosso verso la parte d’oriente de le dodici parti l’una d’un grado, sì che quasi dal principio del suo anno nono apparve a me, ed io la vidi quasi da la fine del mio nono. Apparve vestita di nobilissimo colore, umile ed onesto, sanguigno, cinta e ornata a la guisa che a la sua giovanissima etade si convenia. In quello punto dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore, cominciò a tremare sì fortemente che apparia ne li mènimi polsi orribilmente; e tremando, disse queste parole: «Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur mihi». In quello punto lo spirito animale, lo quale dimora ne l’alta camera ne la quale tutti li spiriti sensitivi portano le loro percezioni, si cominciò a maravigliare molto, e parlando spezialmente a li spiriti del viso, sì disse queste parole: «Apparuit iam beatitudo vestra». In quello punto lo spirito naturale, lo quale dimora in quella parte ove si ministra lo nutrimento nostro, cominciò a piangere, e piangendo, disse queste parole: «Heu miser, quia frequenter impeditus ero deinceps!». D’allora innanzi dico che Amore segnoreggiò la mia anima, la quale fu sì tosto a lui disponsata, e cominciò a prendere sopra me tanta sicurtade e tanta signoria per la vertù che li dava la mia imaginazione, che me convenia fare tutti li suoi piaceri compiutamente. Elli mi comandava molte volte che io cercasse per vedere questa angiola giovanissima; onde io ne la mia puerizia molte volte l’andai cercando, e vedèala di sì nobili e laudabili portamenti, che certo di lei si potea dire quella parola del poeta Omero: Ella non parea figliuola d’uomo mortale, ma di Deo. E avegna che la sua imagine, la quale continuamente meco stava, fosse baldanza d’Amore a segnoreggiare me, tuttavia era di sì nobilissima vertù, che nulla volta sofferse che Amore mi reggesse sanza lo fedele consiglio de la ragione in quelle cose là ove cotale consiglio fosse utile a udire. E però che soprastare a le passioni e atti di tanta gioventudine pare alcuno parlare fabuloso, mi partirò da esse; e trapassando molte cose, le quali si potrebbero trarre de l’esemplo onde nascono queste, verrò a quelle parole le quali sono scritte ne la mia memoria sotto maggiori paragrafi.

 

DOMANDE:

1. Quale immagine è utilizzata sia nel I sia nel II capitolo e cosa ci dice del carattere dell’opera?

2. Com’è descritta Beatrice?

3. Rifletti sugli spazi e sui tempi dell’incontro con Beatrice.

4. Quale immagine dell’amore emerge dalle parole in latino pronunciate da ciascuna delle forze vitali di Dante?

 

“Vita Nuova” cc. 10-11:

Appresso la mia ritornata mi misi a cercare di questa donna, che lo mio segnore m’avea nominata ne lo cammino de li sospiri; e acciò che lo mio parlare sia più brieve, dico che in poco tempo la feci mia difesa tanto, che troppa gente ne ragionava oltre li termini de la cortesia; onde molte fiate mi pesava duramente. E per questa cagione, cioè di questa soverchievole voce che parea che m’infamasse viziosamente, quella gentilissima, la quale fue distruggitrice di tutti li vizi e regina de le virtudi, passando per alcuna parte, mi negò lo suo dolcissimo salutare, ne lo quale stava tutta la mia beatitudine. Ed uscendo alquanto del proposito presente, voglio dare a intendere quello che lo suo salutare in me virtuosamente operava.

Dico che quando ella apparia da parte alcuna, per la speranza de la mirabile salute nullo nemico mi rimanea, anzi mi giugnea una fiamma di caritade, la quale mi facea perdonare a chiunque m’avesse offeso; e chi allora m’avesse domandato di cosa alcuna, la mia risponsione sarebbe stata solamente ‘Amore’, con viso vestito d’umilitade. E quando ella fosse alquanto propinqua al salutare, uno spirito d’amore, distruggendo tutti li altri spiriti sensitivi, pingea fuori li deboletti spiriti del viso, e dicea loro: «Andate a onorare la donna vostra»; ed elli si rimanea nel luogo loro. E chi avesse voluto conoscere Amore, fare lo potea, mirando lo tremare de li occhi miei. E quando questa gentilissima salute salutava, non che Amore fosse tal mezzo che potesse obumbrare a me la intollerabile beatitudine, ma elli quasi per soverchio di dolcezza divenia tale, che lo mio corpo, lo quale era tutto allora sotto lo suo reggimento, molte volte si movea come cosa grave inanimata. Sì che appare manifestamente che ne le sue salute abitava la mia beatitudine, la quale molte volte passava e redundava la mia capacitade.

 

DOMANDE:

1. Riassumi il testo in non più di cinque righe.

2. Chi ha “nominato” la seconda donna dello schermo e perché viene chiamato “signore”?

3. In che senso la gente, come dice Dante, parla della sua relazione con questa donna “oltre i limiti della cortesia”?

4. Perché la beatitudine che Beatrice gli offre è “intollerabile” per Dante?

5. In che senso il suo corpo diventa un automa?

 

“Vita Nuova” c. 26:

Questa gentilissima donna, di cui ragionato è ne le precedenti parole, venne in tanta grazia de le genti, che quando passava per via, le persone correano per vedere lei; onde mirabile letizia me ne giungea. E quando ella fosse presso d’alcuno, tanta onestade giungea nel cuore di quello, che non ardia di levare li occhi, né di rispondere a lo suo saluto; e di questo molti, sì come esperti, mi potrebbero testimoniare a chi non lo credesse. Ella coronata e vestita d’umilitade s’andava, nulla gloria mostrando di ciò ch’ella vedea e udia. Diceano molti, poi che passata era: «Questa non è femmina, anzi è uno de li bellissimi angeli del cielo». E altri diceano: «Questa è una maraviglia; che benedetto sia lo Segnore, che sì mirabilemente sae adoperare!». Io dico ch’ella si mostrava sì gentile e sì piena di tutti li piaceri, che quelli che la miravano comprendeano in loro una dolcezza onesta e soave, tanto che ridìcere non lo sapeano; né alcuno era lo quale potesse mirare lei, che nel principio nol convenisse sospirare. Queste e più mirabili cose da lei procedeano virtuosamente: onde io pensando a ciò, volendo ripigliare lo stilo de la sua loda, propuosi di dicere parole, ne le quali io dessi ad intendere de le sue mirabili ed eccellenti operazioni; acciò che non pur coloro che la poteano sensibilmente vedere, ma li altri sappiano di lei quello che le parole ne possono fare intendere. Allora dissi questo sonetto, lo quale comincia: Tanto gentile.

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.
Mòstrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ‘ntender no la può chi non la prova:
e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: «Sospira!»

 

DOMANDE:

1. Riassumi il testo in non più di cinque righe.

2. Riconosci nel sonetto le seguenti figure retoriche: a. gentile e onesta; b. ogne lingua; c. laudare; d. d’umiltà vestuta; e. miracol mostrare; f. spirito soave.

3. Ricostruisci la struttura metrica della poesia, identificando il sistema di rime e evidenziando per ciascun verso gli accenti principali.

4. Come mai il poeta fa riferimento a se stesso solo al v. 2?

5. Fa’ l’analisi del periodo della poesia. Quale caratteristica di Beatrice è contenuta nelle frasi principali e cos’altro è invece in quelle dipendenti?

6. Qual è il valore simbolico del saluto di Beatrice?

Published in: on September 17, 2014 at 4:32 pm  Leave a Comment  
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