Qualche traccia di commento sull'”Anthologia alimentorum”

Svetonio: Vitellio, nato a Nuceria, è scelto da Galba per comandare l’esercito nella Germania inferiore e diventa popolare. Grasso e zoppo, nonostante si faccia chiamare Germanico come alcuni autorevoli generali prima di lui, è spesso deriso. I suoi comandanti (Cecina Alieno e Fabio Valente) lo proclamano imperatore a Colonia, mentre le truppe orientali acclamano princeps Vespasiano. Il senato accetta la sua salita al potere il 16 aprile del 69, terzo a diventare imperatore in quell’anno. Il suo esercito si comporta piuttosto male nella capitale. Quando le sue truppe sono vinte a Bedriaco (Cremona), vorrebbe abdicare. Tuttavia, di fronte alle resistenze dei suoi soldati, si prende una notte e il giorno dopo ripete il discorso di abdicazione. Siccome, tuttavia, ancora una volta l’esercito si oppone alle sue scelte, decide di attaccare il fratello di Vespasiano, Flavio Sabino, sul Campidoglio: durante la manovra, il tempio di Giove è arso. Intanto, banchetta alla domus Tiberiana. Pentitosi, vuole consegnare il pugnale ai sottoposti, ma nessuno lo prende. Allora lo consegna al tempio della Concordia; mentre è nei dintorni, qualcuno della folla gli grida che lui stesso è la Concordia e allora decide di tenersi l’arma e invia ambasciatori al nemico per trattare la pace. Tuttavia, Vespasiano si avvicina minaccioso a Roma e non ha intenzioni amichevoli. Vitellio si reca così a casa con un cuoco e un pasticciere per partire per la Campania e tornare a casa; a palazzo non c’è più nessuno e l’imperatore, preoccupato, si nasconde in uno sgabuzzino, dove si barrica da solo, mangiando e bevendo fino all’ultimo. Lo trovano il 22 dicembre del 69 ed è ucciso per le vie della capitale.

Apuleio: questo passo è tratto dal libro X delle Metamorfosi. Lucio-asino è venduto al cuoco e al pasticciere di Tiaso di Corinto; per lui è una gran fortuna, perché può mangiare come vuole di nascosto. Tuttavia, i due lo scoprono e il loro padrone lo fa portare nella sua villa, dove l’asino umano dà spettacolo e finge di imparare a sdraiarsi a tavola. Una nobildonna, vedendolo, si innamora di lui e corrompe il suo custode per giacere con lui. Tiaso, allora, gli riserva parte di uno spettacolo a teatro: dovrà unirsi sessualmente ad una donna condannata ad beluas. Lucio teme di essere attaccato dalle altre bestie e allora subito dopo scappa e si ritrova alla fine sulla spiaggia di Cenere, sul golfo Saronico.

Lo spettacolo cui deve dare il suo contributo la bestia umana è evidentemente licenzioso: in teoria, il teatro dovrebbe essere sacro a Dioniso, ma qui l’aspetto religioso s’è perso. Lucio si trova in mezzo all’orrore di un rapporto innaturale, cui l’ha portato la sua curiositas. Il fatto di poter tornare a mangiare e anche ad avere intercorso carnale sembra riavvicinarlo alla sua persa condizione umana, mentre in realtà lo allontana ancora una volta dalla redenzione, visto che egli si ritrova nuovamente a cedere ai propri peggiori istinti (la gola, la lussuria). Il rapporto sessuale cui deve indulgere, nonostante sia una bestia, allude all’episodio mitico che ha come protagonista Pasifae, che giace con un toro, spinta da una irrefrenabile passione di cui è responsabile il dio Poseidone, irritato con il marito di lei, Minosse re di Creta.

Rutilio Namaziano: il passo è celebre per la polemica anti-ebraica: gli Ebrei sono mal considerati perché sono animalia dissocialia (mentre l’uomo antico, secondo l’adagio di Aristotele, dev’essere animale sociale). Cicerone, ai suoi tempi, ricordava che essi costituissero gruppi di opinione e di pressione politica molto omogenei; successivamente, anche lo storico Tacito sostenne che essi odiassero il resto dell’umanità e che fossero solidali solo tra di loro. Alle accuse di scarsa umanità risposero gli scrittori ebrei (in particolare Flavio Giuseppe e Filone di Alessandria), i quali rifiutarono in toto le accuse di misantropia, chiarendo che le leggi ebraiche stimolassero invece ad amare il prossimo.

L’oste incontrato da Rutilio è anche criticato per la sua avidità. Si tratta di un’accusa antica rivolta al popolo ebreo. Nell’Historia Augusta in una lettera a Serviano, l’imperatore Adriano osserva che i Giudei di Alessandria d’Egitto, città assai prospera, adorano il denaro come una sorta di Dio (8, 5-7): “il loro solo Dio è il denaro, e questo i Cristiani, i Giudei e in effetti tutti i popoli adorano”. Tolomeo, geografo del II secolo d.C., sostiene che l’influenza del clima rende gli Ebrei dotati per il commercio e senza scrupoli.

Ammiano Marcellino: il passo di Ammiano parla del popolo barbaro degli Unni, rappresentati spesso dagli storici come il male assoluto, sullo stesso livello di civiltà di animali feroci e di mostri crudeli. Ammiano ne dà una descrizione più equilibrata, ma di certo non positiva: in questo atteggiamento mentale dello storico c’entra anche il clima culturale cambiato, in particolare in virtù dell’avvento del cristianesimo e del suo disprezzo di alcuni tipici valori di Roma, come il coraggio e la semplicità di costumi. Gli Unni, in sostanza, sono un popolo “altro”, diverso anche fisicamente dai Romani. Quando lo storico goto Giordane (che arriva in Italia nel 551) li descrive, essi appaiono ancora come un’orda selvaggia che abita le paludi, tutti poveri, gracili e “non umani”, visto che parlano una lingua disarticolata che non sembra nemmeno tale.

Un particolare attira l’attenzione nel passo di Ammiano: il fatto che gli Unni frollino la carne sotto le selle dei loro cavalli. Quasi tutti gli elementi di questo ritratto sono tuttavia verosimili: questo popolo, proveniente dalle pianure sarmatiche, avevano in effetti la pelle scura e perciò sembravano davvero differenti dagli altri popoli mediterranei; inoltre, le condizioni climatiche avverse avevano loro imposto una vita nomade, sempre a cavallo, alla ricerca di nuovi pascoli. Tra le altre strane abitudini cui indulgevano, c’erano la fasciatura rituale del cranio e del naso per allungarli e l’escoriazione delle guance. Essa aveva ragioni sia estetiche sia igieniche, visto che permetteva l’eliminazione dei bulbi piliferi e perciò riduceva il pericolo di infezione.

Tertulliano: il passo insiste sulla svalutazione del corpo, che deve essere sottoposto a sacrifici e mortificazioni, in nome di una superiore spiritualità. Già nell’antichità, i pitagorici, gli adepiti dell’orfismo e delle religioni misteriche, la filosofia platonica, quella stoica, prima del cristianesimo, avevano deprezzato la materialità e il corpo in nome dell’anima. La religione cristiana aggiunse a sua volta che ciò poteva avvicinare all’unione estatico con Dio: ne emerse la tendenza all’eremitismo, legato a figure di santi come Antonio e Pacomio, che celebrarono la loro vicinanza al Cielo attraverso il disprezzo della socialità corrompente. In ambito moderno, il fenomeno non è solo religioso e riguarda perfino la filosofia di Schopenhauer.

Ambrogio: il De Elia et ieiunio è una delle opere minori di Ambrogio. Si tratta di un sermone scritto all’inizio della Quaresima, tra il 387 e il 390, e concernente la necessità del digiuno che faceva parte della preparazione al battesimo dei cosiddetti competentes, cioé di coloro che aspirano a ricevere la Grazia di Dio. Ambrogio inaugura il periodo di avvento alla Pasqua esortando l’assemblea dei suoi compagni a fare digiuno. In questo contesto, è preso a modello il profeta Elia, del quale si ricorda che avrebbe fatto quaranta giorni di digiuno, ottenendone in cambio diversi benefici.

Secondo la tradizione, Elia, profeta del popolo ebreo sotto il regno di Acab, è l’ultimo fedele al Dio di Abramo: come tale, combatte e vince i profeti di Baal sul monte Carmelo e poi presso il torrente Kison, scaccia i sacerdoti di questa divinità. Tra le altre mirabili sue gesta, egli resuscita il figlio di una vedova di Sarepta; accende una pira bagnata; fuggito sul monte Oreb, un angelo lo nutre e qui egli parla direttamente con Dio. Sceglie come erede Eliseo. Infine, è rapito in cielo su un carro di fuoco.

Ambrogio allude naturalmente al fatto che anche i fedeli avrebbero avuto gli stessi vantaggi di Elia: se egli, infatti, resuscita un bambino, allo stesso modo i competentes torneranno alla vera vita; se egli fa venire già il fuoco dal cielo, i competentes avranno le Scritture dal Cielo; se lui sale fino a Dio su un carro, così i competentes potranno assistere ai santi Misteri. Successivamente, Ambrogio parla male delle abitudini festaiole dell’élite di Milano, mentre Elia esorta piuttosto a dividere il pane con chi è affamato, a portare nella propria casa chi è indigente e a coprire chi è senza vestiti. Il digiuno, nell’ottica del Santo, diviene uno strumento per realizzare la giustizia nel mondo. Nel finale, esorta così i competentes ad essere atleti lottatori del cristianesimo, a seguire la propria fede con rigore e disciplina e quindi ad astenersi anche dal sesso. Ambrogio riconosce che una tale condotta di vita è particolarmente dura, ma invita a perseverare, perché “il caldo è severo, ma la vittoria è dolce”.

Published in: on February 20, 2014 at 6:17 pm  Leave a Comment  

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