L’uomo col problema

Con ottusa curiosità stava a guardare la folla che si adunava giù in fondo, sul marciapiede. Era diventata un mare brulicante di facce voltate in su, e cresceva rapidamente di grandezza, dilagando in strada. Altra gente accorreva, movendosi con agilità di insetto, attirata dal grosso come da un flusso magnetico. Il traffico cominciava a ingolfarsi, in una cacofonia di clacson frenetici. Dal ventiseiesimo piano ogni cosa appariva minuta e misteriosa e incredibile. I suoni gli giungevano debolissimi, ma si avvertiva, inconfondibile, l’eccitazione.
Poco badava ai volti spaventati e ansimanti che sporgevano a tratti dalla finestra a guardare, a supplicare. Prima era stato un fattorino, che lo fissava con aria di disapprovazione, arricciando il naso; poi il ragazzo dell’ascensore: con voce dura, raschiosa, gli aveva chiesto cosa stava succedendo.
Lui guardò in faccia il ragazzo dell’ascensore. “Tu cosa credi che succeda?”, gli chiese calmo.
“Vuoi buttarti?”, chiese il ragazzo, perplesso.
“Vattene”, disse l’uomo sul cornicione, con voce rabbiosa, e guardò la strada, giù sotto. Il traffico continuava tranquillo, indisturbato; ancora non l’avevano visto.
“Un salto così, e mica ne tiri fuori le gambe, sai?”, brontolò il ragazzo dell’ascensore ritirando il capo.
Un attimo dopo comparve alla finestra la testa del vice-direttore: attorno al suo viso, distinto, ben rasato, un po’ sdegnato, svolazzavano le tendine.
“Mi scusi”, disse il vice-direttore.
Con la mano l’uomo gli fece segno di andarsene.
“Lei sta per fare una grossa sciocchezza”, disse il vice-direttore, sicuro del rigore logico della sua affermazione.
Alla fine comparve anche il direttore, un viso arrossato, pingue: prima guardò giù, poi in alto, l’uomo ritto sul cornicione, e per un attimo lo stette a scrutare.
“Cosa fa costà?”, chiese il direttore.
“Mi butto”.
“Ma lei chi è? Come si chiama?”.
“Carl Adams. E il motivo che mi spinge a farlo non la riguarda”.
“Pensi a quello che fa, amico”, disse il direttore, col doppio mento che gli tremolava, e il viso più rosso che mai, per lo sforzo di sporgersi dalla finestra.
“Ci ho già pensato. Ora se ne vada e mi lasci solo”.
Il cornicione era stretto, un quaranta centimetri di larghezza. L’uomo stava fra due finestre, ma non era possibile raggiungerlo, né da destra né da sinistra. Teneva la schiena al muro, e il sole lo investiva in pieno.
Aveva lasciato dentro la giacca. Aveva la camicia bianca aperta sulla gola, e pareva proprio un uomo pronto alla pena capitale.
Una dopo l’altra, parecchie teste s’affacciarono alla finestra. Gli parlavano con voce tranquilla, chiamandolo signor Adams. Alcuni cercarono di blandirlo, quasi si fossero già convinti di aver a che fare con un pazzo. Dissero anche chi erano: un medico, diversi impiegati dell’albergo, un sacerdote.
“Perché non vieni qua, e ne parliamo?”, disse cortesemente il sacerdote.
“Non c’è proprio niente da dire”, rispose Adams.
“Vuoi che venga costà, e che ti aiuti a rientrare?”.
“Se lei, o un altro, viene qua”, rispose Adams secco secco, “vi assicuro che mi butto”.
“Non ci puoi raccontare qual è il tuo problema?”.
“No”.
“Ma allora come possiamo aiutarti?”.
“Infatti non potete. Andate via”.
Per un poco nessuno venne più alla finestra. Poi comparve la testa di un poliziotto, che lo guardò un momento, uno sguardo quasi cinico.
“Salve, amico”, disse il poliziotto.
Adams lo guardava, come studiandone il viso. “Che cosa vuole?”, chiese.
“Mi han chiamato, da sotto. Han detto che un tale minacciava di fare il tuffo. Non hai mica intenzione di buttarti, vero?”.
“Sì”.
“Ma perché vuoi fare una cosa simile?”.
“È nel mio carattere, mi piacciono le scene clamorose”.
“Eh, veramente ce l’hai il senso del comico”, disse il poliziotto. Spinse il berretto all’indietro, e si mise a sedere sul davanzale della finestra, le gambe in fuori. “Bello, qui. Vuoi una sigaretta?”.
“No”, rispose Adams.
Il poliziotto batté il pacchetto sulla mano, per farne uscire una sigaretta, e la accese. Tirò una gran boccata, e buttò fuori il fumo nella luce del sole; il vento lo portò subito via. “È una bella giornata, vero?”.
“Bella giornata per morire”, disse Adams, guardandolo.
“Sei piuttosto tetro, amico. Hai famiglia?”.
“No. E lei?”.
“Io ho moglie”.
“E io nessuno”.
“Male. Molto male”.
“Sì”, fece Adams. Non è passato molto tempo da quando avevo famiglia, pensò. Anzi, è stato ieri. Al mattino era uscito di casa per andare al lavoro, e Karen gli aveva detto ciao sulla porta (non baciato, no, come al solito; ormai il loro era un matrimonio senza baci, ma lei era pur sempre sua moglie, ed egli amava lei soltanto, allora e per sempre, non le avrebbe mai concesso il divorzio, e non cedeva su questo punto, nemmeno quando lei disse che un giorno o l’altro l’avrebbe piantato). E poi era rincasato alle sei di sera e non c’era più moglie, né amore, niente, solo il flacone vuoto del sonnifero e il biglietto e la casa nel silenzio… e il corpo di Karen steso sul divano.
Aveva lasciato il biglietto sul cuscino. Era scritto chiaro, ponderato, con tutte le spiegazioni. Steve le aveva detto che non poteva fuggire con lei. Steve l’aveva ingannata. (Era scoperto, così, esplicito, brusco: le bastava dire Steve, sicura che lui avrebbe capito – perché lo sapeva da mesi, ormai. Una volta persino li aveva visti assieme in un locale lì dei paraggi. Lei non aveva mai cercato di nascondergli nulla, di tutta la storia. Gli aveva detto che il matrimonio era finito, e gli parlava liberamente di Steve).
Quella notte era uscito a passeggio per le strade fin dopo mezzanotte, era rincasato e s’era messo a dormire. Al mattino, svegliandosi, aveva capito immediatamente di aver deciso, che avrebbe fatto proprio quel che ora stava progettando. A piedi aveva raggiunto quella zona della città, era entrato in un albergo, aveva chiesto una camera agli ultimi piani. E sapeva anche che quanto sarebbe successo dopo, sarebbe successo in modo naturale, come una cosa normalissima.
Le strade eran nere di gente adesso, gente che guardava a bocca aperta, spinta da una malsana curiosità. La polizia aveva respinto la folla, formando uno spiazzo sgombro proprio sotto di lui, nel caso che decidesse di buttarsi. Vedeva i pompieri con il tendone, che pareva una frittella nera, con un cerchio rosso al centro; ma lui sapeva che non poteva servire a nulla, con un corpo che precipita dal ventiseiesimo piano. Per i suoi ipotetici salvatori non c’era modo di raggiungerlo. Le scale da incendio non arrivavano a quell’altezza. Sopra di lui un cornicione che sporgeva proprio dal tetto impediva ogni tentativo da quella parte.
“È una cosa inutile, insensata”, gli stava dicendo un uomo, che sporgeva il capo dalla finestra.
“Lo dice lei”, rispose Adams.
“Senta, io sono medico”, aggiunse subito l’uomo. “Posso aiutarla”.
“Mi porta al manicomio?”.
“Niente manicomio, signor Adams. Glielo prometto”.
“Ormai è tardi”.
“Se lei salta, allora sì che è troppo tardi. Per adesso c’è tempo”.
“Fa meglio ad andarsene, a badare a chi ha bisogno, dottore. Io di lei non ho bisogno”.
Il medico disparve. Adams guardava con occhio critico la folla sottostante. Aveva di già una strana, singolare sensazione di distacco, perché la vicinanza della morte aveva creato un solco fra lui e gli altri uomini. Era diverso adesso, distaccato e solo. E tutta quella gente, di sotto, aspettava, aspettava. Avran qualcosa da vedere, pensava lui. E tutti quegli uomini nella stanza, li sentiva chiacchierare, far progetti, escogitare il modo per convincerlo; chissà, forse telefonavano d’urgenza a qualche specialista per paranoici.
Volse lo sguardo; un viso era affacciato alla finestra, lo fissava. Di nuovo il sacerdote; un viso tondo, preoccupato, onesto.
“Posso far qualcosa per te?”, chiese il sacerdote.
“No”.
“Non vuoi per caso rientrare?”.
“Lei spreca il suo tempo, padre”.
“Non spreco il mio tempo”.
“Vuoi che ti lasciamo solo per rifletterci?”.
“Fate come vi pare”.
La testa del sacerdote scomparve. Era di nuovo solo. Guardava la folla, con negli occhi una punta di divertimento. L’altezza non gli dava più fastidio come quando s’era avventurato sul cornicione. Si sentiva stretto agli edifici che lo circondavano.
Si chiese che complessi metodi di salvataggio avessero in mente. Funi, scale, teloni, sedie sospese. Dovevan stare molto attenti, ne era convinto, perché non potevano esser certi delle sue condizioni mentali.
Ricomparve il poliziotto. Adams già lo sapeva. Al poliziotto infatti egli aveva reagito meglio che ad altri, perciò avrebbe tentato ancora.
“Lo sai, Adams”, disse l”agente, sedendosi sul davanzale, e con aria indifferente, “che in un certo senso mi fai un favore?”.
“Come sarebbe?”.
“Ecco, di solito a quest’ora io debbo star laggiù a dirigere il traffico. Ma per via di te eccomi quassù, a non far nulla”.
“Davvero?”.
“Davvero”.
“Ma è lo stesso, che stia qui. Tanto, il traffico si è fermato”.
Il poliziotto si mise a ridere. “Hai ragione”, disse. “Quella gente laggiù”, la indicò, “aspetta che tu ti butti. Già pregustano la scena”.
Adams lo guardò: “Pregustano la scena?”.
“Ma certo. Ormai son certi che tu stai per buttarti, e ti voglion vedere. Hai intenzione di deluderli?”.
Adams guardò sotto, scorrendo con l’occhio sulla folla assiepata, per parecchi isolati.
“Da qui non li senti”, disse il poliziotto, “ma ti gridano di saltare”.
“Davvero?”.
“Sì sì. Per loro è un tuo dovere, dopo che li hai fatti attendere un pomeriggio intero”.
“Son come un branco di lupi affamati”, disse Adams.
“Proprio così. E perché rinunciare alla vita solo per dare un brivido a quella gente?”. Il poliziotto guardava Adams in faccia, e gli parve di scorgervi un segno di indecisione. “Vieni, rientra”, disse, con voce bassa, carezzevole. “Mandali tutti al diavolo, quelli laggiù”.
“Forse ha ragione”, disse Adams.
“Ma certo”.
Adams si mosse, distaccò un attimo la schiena dal muro, poi si appoggiò ancora, coprendosi gli occhi.
“Che ti succede?”, chiese il poliziotto.
“Mi gira un po’ la testa. Forse è meglio che lei mi dia una mano”.
Il poliziotto guardò oltre la strada, c’erano fotografi sul tetto, con le macchine puntate. Ottima fotografia per i giornali del mattino.
“Va bene”, disse il poliziotto. “Aspettami”.
La folla mandò un ruggito di spavento e di brivido, quando vide il poliziotto che usciva dalla finestra e si tirava in piedi sul cornicione, a pochi palmi dall’uomo immobile in camicia bianca. Lo videro avanzare pian piano, tendendo la mano, attento.
Adams tese la sua verso la mano del poliziotto.
“Sapevo che alla fine saresti venuto”, disse Adams. “Ecco perché ho scelto questo posto”.
“Cosa?”, chiese il poliziotto, cercando di tenersi in equilibrio sullo stretto cornicione.
“Io non mi chiamo Adams, Steve. Karen è mia moglie. Lo sai che ieri notte si…”.
Il terrore si disegnò sul viso del poliziotto, che cercava di ritrarsi, ma aveva la mano serrata nella mano dell’uomo, e poi ci fu uno strattone improvviso, una spinta, una torsione tremenda, e mentre cominciava a precipitare dolcemente nel vuoto, giù verso il ruggito crescente della folla, l’ultima cosa di cui ebbe coscienza fu la mano salda, dura, che serrava la sua come una morsa.

Published in: on June 14, 2014 at 6:51 pm  Comments (1)  

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  1. […] – Scrivi il commento al racconto dal titolo: “L’uomo col problema” di David Honig. Trovate il testo a questo link: https://alumniterribiles.wordpress.com/2014/06/14/luomo-col-problema/ […]


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