Saggio breve su Petrarca: i documenti e l’argomento

Argomento: La vanità delle cose terrene in Petrarca.

Petrarca, “Africa” VI, 885-906 (Magone, fratello di Annibale, è stato sconfitto in Italia e, ferito, ritorna a Cartagine; durante il viaggio di ritorno muore; queste sono le parole che Petrarca immagina pronunci mentre sta spirando) “Ahi! quale termine è dato a un’alta fortuna! Come s’acceca lamente nei lieti successi! Una pazzia dei potenti è questa, godere in un’altezza vertiginosa. Ma quello stato è soggetto a innumeri tempeste, e chi s’è levato in alto è destinato a cadere. Ahi, sommità vacillante dei grandi onori,speranza fallace degli uomini, gloria vana rivestita di falsi allettamenti. Ahimè, come incerta è la vita, dedita a una fatica perpetua, come certo è il giorno di morte, né mai previsto abbastanza. Con che iniqua sorte è nato l’uomo sulla terra! Gli animali tutti riposano; l’uomo non ha mai quiete e per tutti gli anni affretta ansioso il cammino verso la morte. E tu sola, o morte, ottima tra le cose, scopri gli errori, disperdi i sogni della vita trascorsa. Ora vedo quante cose mi procacciai, oh! misero,invano, quante fatiche mi addossai di miascelta, che avrei potuto tralasciare.”

Petrarca, “Secretum” 3, 30: “La gloria è dunque come un fiato e un volubile venticello; anzi (ciò che ti farà più dispiacer) fiato d’una folla di uomini”.

Petrarca, “Familiares” 4, 1: (Petrarca scrive a proposito dei propri affanni al frate agostiniano Dionigi da Borgo San Sepolcro) “Mentre m’intrattenevo in pensieri terreni, o sollevavo l’anima, sull’esempio del corpo, a meditazioni più alte, mi venne in mente di consultare le “Confessioni” di Agostino, dono della tua amicizia; libro che, in memoria dell’autore e del donatore, porto sempre con me e sempre ho tra mano; libretto di piccola mole, ma pieno di dolcezza. L’apro per leggere quel che mi capitava; e cosa mi poteva capitare, che non fosse pieno di pietà e di devozione? Mi venne sott’occhio il decimo libro. Mio fratello, aspettando per la mia bocca una parola di Agostino, era tutto orecchi. Chiamo a testimone Dio e lui ch’era presente, le prime parole che vidi furono: «E gli uomini se ne vanno ad ammirare gli alti monti e i grandi flutti del mare e i larghi letti dei fiumi e l’immensità dell’oceano e il corso delle stelle; e trascurano se stessi.» Stupii, lo confesso; e detto a mio fratello, il quale desiderava ascoltare ancora, che non mi disturbasse, chiusi il libro, adirato contro me stesso per quella mia ammirazione delle cose terrene, quando da un pezzo avrei dovuto imparare anche dai filosofi pagani che niente è degno d’ammirazione fuorché l’anima, per la quale nulla è troppo grande”.

Petrarca, “Canzoniere” 1, vv. 9-14: “Ma ben veggio or sì come al popol tutto/ favola fui gran tempo, onde sovente/ di me medesmo meco mi vergogno;/ e del mio vaneggiar vergogna è ‘l frutto,/ e ‘l pentersi, e ‘l conoscer chiaramente/ che quanto piace al mondo è breve sogno”.

Petrarca, “Canzoniere” 272, vv. 1-4: (queste riflessioni sono fatte quando Laura è morta e il poeta si trova in difficoltà sia nel vivere il presente sia nel ricordare il passato) “La vita fugge, et non s’arresta una ora,/ et la morte vien dietro a gran giornate,/ et le cose presenti et le passate/ mi danno guerra, e le future ancora”.

Published in: on December 14, 2014 at 6:29 pm  Leave a Comment  

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